The Structural Engineer's Corner

Eng. Onorio Francesco Salvatore

Alla scoperta della Hagia Sophia, parte III: ipotesi sulla prima e seconda costruzione

Written By: Francesco Salvatore Onorio - Jun• 04•11

Terzo appuntamento con il nostro viaggio alla scoperta della splendida Hagia Sophia. In questo articolo ci sarà molta storia, ripercorrendo le tappe delle precedenti costruzioni. Questo farà forse storcere il naso a qualche lettore abituato ai numeri ed alle relazioni che solitamente caratterizzano le nostre discussioni. In realtà, la conoscenza delle tecniche costruttive del passato la ritengo utile non solo per cultura personale, ma anche per avere una visione a 360° dell’ingegneria delle strutture. Le ardite forme presenti in costruzioni come la Hagia Sophia, caratterizzate però da schemi strutturali semplici ed immediatamente analizzabili, esercitano un fascino troppo forte su qualsiasi amante dell’ingegneria strutturale.

La Hagia Sophia come la conosciamo oggi è in realtà una terza versione della storica costruzione eretta nel 326 d.c. La prima Chiesa della Santa Sapienza fu incendiata nel 404, dopo 78 anni di vita, per poi essere ricostruita lo stesso anno. La seconda Hagia Sophia fu poi rasa al suolo nella rivolta di Nika del gennaio 532, dopo essere rimasta in piedi per 117 anni. Una distruzione che si ebbe non a causa di qualche sisma violento, non a causa di problemi strutturali, ma bensì per volontà di un manipolo di rivoltosi al grido “nika!” (che letteralmente significa “vinciamo!” o “conquistiamo!”).

Fino ad ora non sono state fornite indicazioni circa le dimensioni, la forma e la struttura della costruzione in quanto non vi sono fonti certe che la descrivessero dettagliatamente. A seguito della distruzione avuta nel 532 si ebbero però i lavori di ricostruzione ad opera di Giustiniano; lavori che costituiscono un’occasione per gli storici per raccogliere informazioni circa l’impostazione della costruzione precedente.

Delle poche informazioni pervenute può essere menzionata la “Ecclesiastica Historia” di Nicephorus Callistus, ma la descrizione è molto breve e poco dettagliata. Eppure non mancano studiosi di quel periodo che si intrattennero in discussioni di opere, ad esempio Eusebio descrisse abbastanza dettagliatamente le forme dell’ottagono di Antiochia e la Chiesa della Santa Sepoltura di Gerusalemme.

L’assenza di informazioni sulla prima Hagia Sophia porta allora a fare una riflessione: probabilmente non vi era nulla di speciale da raccontare; in altre parole, essa fu una semplice basilica rettangolare come molte altre a quel tempo. La prima Hagia Sophia era grande, aveva un significato simbolico molto forte, ma era probabilmente semplice dal punto di vista della struttura e delle forme.

Anche nella Chronicon Paschale si fa qualche accenno alla struttura mentre viene descritto l’incendio e anche in questo caso tutto fa pensare ad una normale basilica. L’estensione del danno, tra l’altro, implica la presenza di un tetto in legno che ha alimentato le fiamme. Altri cenni vi sono anche nella descrizione dell’incendio fatta da Palladio, il quale è molto preciso nell’individuare i punti dove le fiamme hanno avuto inizio ed il possibile percorso di propagazione, mentre nulla viene detto sulla struttura.

Un passo interessante, però, lo si ha nella narrazione degli eventi fatta da Socrate e Sozomeno, la quale fa capire che Giovanni Crisostomo non predicava seduto sul trono presente nell’abside, ma bensì nella zona dei lettori, situata al centro della chiesa. Questo particolare, apparentemente irrilevante, è molto importante se lo si collega con un altro passo tratto dal Palladio, il quale parla di una donna “posta sopra” Giovanni durante un suo sermone. Questo fa capire che già nella prima chiesa vi erano le gallerie poste sopra le navate laterali.

Anche gli altri edifici distrutti dalla rivolta di Nika vennero ricostruiti, come l’Hagia Irene, ma gli scrittori dell’epoca non si soffermarono su di essi come fecero con l’Hagia Sophia. Questa è un’ulteriore conferma del netto cambiamento apportato alla chiesa.

Lasciando da parte i testi del tempo, è possibile trarre qualche informazione aggiuntiva grazie agli scavi realizzati nel 1935 da Schneider all’interno dell’atrio giustiniano e da alcuni altri fori realizzati nel 1945 nella attuale navata centrale. Scavando un’area considerevole ad ovest dell’attuale nartece esterno, Schneider trovò parecchi resti di un colonnato monumentale e l’entrata di un portico.

Questi scavi, unitamente alla ricostruzione del portico di ingresso, consentirono di collegare una serie di elementi apparentemente slegati fra loro che condussero ad avere idea di come potesse essere la chiesa.

 

 

L’area degli scavi eseguiti da Schneider di fronte alla facciata ovest [1]

 

Il portico teodosiano basato sulla ricostruzione fatta da Schneider.

 

 

Gli scavi permisero anche di individuare la configurazione delle mura della chiesa teodosiana e quello che apparve in seguito alle prime ricostruzioni fece subito pensare ad altre chiese costruite da Costantino che si basavano sulla stessa impostazione. Fu come un cerchio che si chiudeva, sebbene basato su alcune ipotesi (le mura ritrovate potrebbero appartenere alla prima chiesa di Costantino, così come a quella ricostruita da Teodosio oppure ad entrambe).

In sostanza, si riuscirono ad individuare similitudini con quello che era lo “stile costantiniano” di costruire chiese; giusto per citarne alcune: Basilica Laterana (o Costantiniana) di Roma del 313, Basilica Doppia di Aquileia del 313-319, Basilica Doppia di Treviri del 325, Basilica Aula di Treviri del 305-312, Basilica St. Reparatus di Orléansville del 314, Chiesa della Natività di Betlemme del 333, Chiesa di Eleona di Gerusalemme del 333 e, molte altre ancora, ma soprattutto la Chiesa della Santa Sepoltura di Gerusalemme del 328-336, individuata dagli studiosi come il principale riferimento per la chiesa costantiniana. [2]

Sempre a proposito di quello che viene chiamato “stile costantiniano”, lo studioso Krautheimer afferma – o possiamo dire conferma – che la struttura dell’Hagia Sophia sia stata molto simile ad altre costruzioni di quel tempo. [3] Per Krautheimer, infatti, si ritrovava in essa un topos costantiniano, quale la navata centrale unitamente alle navate laterali, che poi si collegavano ad elementi come ottagoni o rotonde.

 

 

Il portico trovato grazie agli scavi. Dietro vi è la parete occidentale dell’edificio. [4]

 

Il frontone del propileo posto sull’entrata principale. [5]

 

Ricostruzione della Chiesa della Santa Sepoltura. [6]

 

Ricostruzione della San Giovanni in Laterano di Roma. [7]


 

Pianta della Chiesa della Santa Sepoltura secondo Charles Couasnon. [8]

 

Pianta della Chiesa della Santa Sepoltura secondo Bonnie B. Moe (successiva a Couasnon). [9]

 

 

Le tre Hagia Sophia a confronto: in primo piano quella costantiniana, al centro la prima giustinianea ed infine la seconda, sempre giustinianea, dopo il collasso della cupola.

 

 

Al di sopra delle navate laterali erano poi poste le gallerie, proprio come si era intuito leggendo alcuni particolari dai testi di Socrate, Sozomeno e Palladio. Tra l’altro, afferma lo studioso Krautheimer, le basiliche costantiniane presentavano quasi sempre le navate laterali quando la congrega era numerosa; la navata centrale singola, al contrario, la si aveva solo per comunità molto piccole.

Tra l’altro, la basilica con le gallerie poste sopra le navate laterali, tipologia estremamente diffusa al tempo, a partire dal 300 divenne obsoleta, sopravvivendo solo in sporadiche occasioni. Probabilmente, tale modello venne impiegato a Gerusalemme solo perché in loco vi erano esempi da prendere a riferimento per gli architetti che si occuparono della Chiesa del Santo Sepolcro. Da Gerusalemme tale modello arrivò fino a Costantinopoli, dove venne reimpiegato per la costruzione dell’Hagia Sophia; in questo caso, però, più che per questioni pratiche c’è da pensare che fosse espressamente voluto dall’imperatore.

Analizzate le fonti che aiutano a capire come fosse strutturata la prima Hagia Sophia, quella costantiniana, successivi dubbi vi sono sulla seconda, quella teodosiana; anche in questo caso vi è una quasi totale assenza di riferimenti. Quasi nessuno si è interessato a fare una descrizione delle modifiche effettuate da Teodosio, segno evidente, anche in questo caso, che ci fosse ben poco da scrivere. D’altronde, anche l’incendio non fu così vasto da demolire completamente la chiesa e quindi anche gli interventi fatti da Teodosio dovevano essere molto parziali.

 

 

 

VERSO LA TERZA HAGIA SOPHIA: GIUSTINIANO IL COSTRUTTORE

Prima di soffermarsi sulla costruzione dell’Hagia Sophia giustinianea è di aiuto inquadrare il background artistico-architettonico del tempo, con Giustiniano definito un insaziabile costruttore di chiese. Il suo nome, infatti, porta immediatamente alla mente non solo l’Hagia Sophia, ma anche San Vitale a Ravenna e la Chiesa dei Santi Sergio e Bacco di Costantinopoli, chiamata anche Küçük Ayasofya, ovvero “Piccola Hagia Sophia”.

Quest’ultima è locata nei pressi del Palazzo Hormisdas, ovvero la residenza dell’imperatore, e fu realizzata dall’architetto Antemio di Tralle, autore della successiva Hagia Sophia. La costruzione durò dal 527 al 536. La dedica è ai Santi Sergio e Bacco soldati romani e cristiano che vennero fatti martiri in Siria nel 303 d.C.; da allora divennero i santi patroni dei soldati ed il loro culto divenne molto popolare, al punto da affascinare anche l’imperatore Giustiniano. Vi è anche una storia che narra di un giovane Giustiniano condannato a morte per aver complottato contro l’imperatore Anastasio, ma poi salvato grazie all’intervento proprio di Sergio e Bacco, che, apparendo in sogno ad Anastasio, lo convinsero a rilasciare Giustiniano.

Dal punto di vista della forma, la Piccola Hagia Sophia è a pianta ottagonale con una cupola centrale che ispirò proprio la cupola della Grande Hagia Sophia, iniziata alcuni anni dopo (532). Tale cupola è basata su sedici segmenti che coprono una pianta rettangolare, quasi quadrata, con all’interno otto paia di colonne che formano proprio l’ottagono. Al piano terra, nell’area posta tra le mura e le colonne di marmo, c’è un ambulatorio arcato. Al piano superiore vi è invece una galleria. Originariamente le pareti erano decorate con bellissimi marmi e mosaici.

La pianta della Piccola Hagia Sophia.

Gli interni della Piccola Hagia Sophia.

 

Le colonne della Piccola Hagia Sophia.

 

Nella costruzione di questa chiesa, come di moltissime altre realizzate da Giustiniano, molto importante è il ruolo dell’imperatrice Teodora, che si dice abbia fornito il necessario impeto alla costruzione della stessa. [10]

Altre fonti, come Procopio,  riferiscono addirittura che l’imperatore Giustiniano fosse totalmente manipolato dalla moglie – definita dallo stesso Procopio come scadente attrice di teatro e dall’insaziabile appetito sessuale – al punto che molte delle costruzioni realizzate dall’imperatore siano in realtà da ascriversi al volere dell’imperatrice. [11]

Come detto all’inizio, tra le costruzioni più importanti vi è anche la Basilica di San Vitale a Ravenna, la cui costruzione fu iniziata nel 525 per essere poi consacrata nel 547. La chiesa è a pianta centrale, ottagonale per la precisione, proprio come quella dei Santi Sergio e Bacco, e segna un distacco rispetto alle tipiche basiliche longitudinali presenti a Ravenna. La forma ottagonale era molto in voga al tempo in quanto l’otto rappresentava il simbolo della Resurrezione (perché era sette, il tempo, più uno, Dio). La cupola è inglobata e nascosta dal tiburio e si presenta all’esterno in laterizio, molto semplice e disadorna. Ogni faccia è collegata a quella attigua mediante dei contrafforti e a sua volta si dive in settori per mezzo di paraste e di una sottile cornice dentellata.

Pianta della Basilica di San Vitale.

 

 

Veduta esterna della Basilica di San Vitale.

 

 

Le costruzioni citate, ovvero la Chiesa dei Santi Sergio e Bacco e la Basilica di San Vitale, sono considerati dagli studiosi come importanti fonti di ispirazione per gli architetti che realizzarono l’Hagia Sophia.

Quella di San Vitale è famosa anche per i ricchi mosaici presenti all’interno, considerati i più famosi tra tutti i mosaici bizantini. [12]

Anche la ricchezza delle decorazioni interne di questa Basilica è straordinaria; ricorda molto l’Hagia Sophia, superandola per certi aspetti.

Un elemento su cui l’architetto (di origini non certe, probabilmente lo stesso dell’Hagia Sophia) ha posto particolare attenzione è la luce, la quale penetra da diverse angolazioni determinando un gioco luministico che appare imprevedibile. Gli storici dell’arte ritengono che tale effetto doveva moltiplicarsi all’infinito quando la basilica era ricoperta di mosaici. I giochi di luce presenti in questa basilica sono stati citati perché la stessa attenzione verrà posta per l’Hagia Sophia, al punto che Procopio di Cesarea rimarrà deliziato nel descriverli (vedi paragrafo successivo).

 

 

Veduta interna dell’abside della Basilica di San Vitale. [13]


Mosaico di Giustiniano nella Basilica di San Vitale. [14]

 

Tornando a Giustiniano, l’edificazione delle strutture ecclesiastiche iniziò subito dopo la sua ascesa al trono, avvenuta grazie all’adozione da parte del precedente re Giustino. Già il 29 giugno del 519, poco dopo aver preso residenza a palazzo Horsmisdas nel 518 (e non ancora imperatore), Giustiniano chiese al Papa Horsmisdas di ricevere i relitti dei Santi Pietro e Paolo in modo da disporli all’interno della nuova chiesa che voleva realizzare e dedicata proprio ai due Santi.

Il 2 settembre del 519 il Papa rispose affermativamente, mandò i relitti ed inizio la costruzione della Chiesa dei Santi Pietro e Paolo. [15]

Fu nell’aprile del 527 che, a causa delle critiche condizioni di salute di Giustino, Giustiniano divenne co-imperatore; nell’agosto del 527, invece, con la morte di Giustino, Giustiniano divenne imperatore unico. Nei successivi 30 anni dall’incoronazione Giustiniano continuò a costruire un gran numero di chiese, come quella dei Santi Apostoli, la Santa Irene, i Santi Cosma e Damiano e la più grande ed ambiziosa di tutte: l’Hagia Sophia. Altri progetti minori riguardavano la ristrutturazione o ricostruzione di chiese che commemoravano martiri locali, come la chiesa di San Acacius, San Plato, San Mocius, San Thecla (vicino al porto di Giuliano) e San Thyrsus.

Pianta della Santi Apostoli. [16]

 

 

L’HAGIA SOPHIA GIUSTINIANEA

Dopo un breve excursus sull’architettura giustinianea, fatta passando in rassegna quelle opere che possono aver ispirato gli architetti che hanno progettato l’Hagia Sophia, si ritorna a parlare di quest’ultima dal punto di vista storico (dettagli su struttura e materiali nei prossimi articoli).

Riguardo alle precedenti Hagia Sophia si è detto della semplicità della loro struttura e di come con Giustiniano si abbia avuto uno stravolgimento. Un’altra conferma di tale semplicità arriva dalla descrizione che Procopio di Cesarea fa della ricostruzione attuata dall’imperatore:

“[…] la chiesa fu interamente ridotta in cenere; ma l’imperatore Giustiniano non molto dopo costruì la nuova in grande stile, al punto che se uno avesse chiesto prima ai cristiani se avessero desiderato che la loro chiesa venisse distrutta per poi essere ricostruita, mostrando loro l’aspetto che possiamo vedere adesso, io penso che probabilmente loro avrebbero pregato per far si che la loro chiesa venisse distrutta, in modo che potesse essere cambiata nella forma attuale”. [17]

L’enfasi del tono è abbastanza evidente ed è palese che non vi siano paragoni che si possano fare tra l’Hagia Sophia di Giustiniano e quella di Teodosio II (o di Costantino prima ancora).

Per i lavori l’imperatore Giustiniano non badò a spese, scegliendo i migliori architetti ed i migliori manovali di ogni terra conosciuta. Ecco quanto afferma di nuovo Procopio di Cesarea:

L’imperatore, non badando a spese di alcun tipo, spinse molto sul lavoro e riunì insieme lavoratori da ogni terra. Antemio di Tralle, il più capace nell’arte del costruire, non solo tra i suoi contemporanei, ma di tutti i tempi, portò avanti le entusiastiche intenzioni del re, organizzò i lavori degli operai e preparò i modelli della futura costruzione.

Associato a lui c’era un altro architetto chiamato Isidoro di Mileto, un uomo intelligente e degno di portare avanti i piani dell’imperatore Giustiniano.[18]

Nella citazione riportata vengono introdotti gli architetti che si occuparono dei lavori, ovvero Antemio di Tralle ed Isidoro di Mileto, il vecchio. Il primo era un matematico, studioso e docente di geometria, meccanica ed ottica, figlio di uno dei più celebri medici del suo tempo. Il secondo fu rinomato soprattutto per essere un grande matematico.

Contrariamente a quanto affermato da Procopio di Cesarea, che tesse le lodi degli architetti in quanto a capacità di costruire, questa loro forte preparazione teorica non era bilanciata da una buona esperienza sul campo, tanto è vero che si racconta che la soluzione ad alcuni problemi pratici arrivò proprio dall’imperatore.

Per quanto riguarda i nuovi materiali, l’imperatore, come detto, non badò a spese; fece infatti arrivare le colonne elleniche dalle cave della Grecia (alcuni affermano provengano dal tempio di Artemide situato ad Efeso), porfido proveniente dall’Egitto, marmo verde da Tessaglia (una regione greca), roccia nera dalla regione del Bosforo e roccia gialla dalla Siria. Alla costruzione parteciparono più di diecimila lavoratori.

La descrizione che sempre Procopio di Cesarea fa della nuova chiesa è affascinante:

Di conseguenza la chiesa presenta uno spettacolo glorioso, straordinario per quelli che la ammirano e al contempo incredibile per quelli a cui viene descritta.

In altezza arriva fino al cielo e sovrasta gli edifici vicini come una nave ancorata tra essi, apparendo al di sopra del resto della città, che adorna e di cui fa parte.

Una delle sue bellezze consiste nell’essere parte e al contempo sovrastare la città, andando così in alto che la città stessa può essere vista come da una torre di osservazione.

L’altezza e l’ampiezza sono adattate così giudiziosamente che essa appare essere sia lunga che larga senza apparire sproporzionata.

Essa si distingue per l’indescrivibile bellezza, eccellendo sia nelle forme che nell’armonia delle sue misure, non avendo né parti in eccesso né parti in difetto, apparendo più magnificente degli edifici ordinari e molto più elegante.

La chiesa è piena di luci e raggi solari; verrebbe da dire che questo posto non illuminato dal sole dall’esterno, ma che i raggi sono prodotti all’interno di essa, con una tale abbondanza che la luce sembra essere stata versata all’interno della chiesa”. [19]

 

Si è deciso di riportare la lunga descrizione che Procopio fa della chiesa sia per saggiare l’ammirazione per questa nuova e magnificente opera sia per evidenziare l’enfasi che l’autore pone nel tracciare la ricostruzione; segno, questo, di un netto distacco tra quanto è stato realizzato da Giustiniano e quanto vi era prima.

Le idee iniziali, però, non corrispondevano esattamente a quanto poi realizzato. I riferimenti alla Chiesa dei Santi Sergio e Bacco ed alla Basilica di San Vitale fatti in precedenza non sono stati casuali. Inizialmente, infatti, l’Hagia Sophia doveva somigliare molto alle chiese citate, avendo una pianta centrale, probabilmente ottagonale, ma con dimensioni molto maggiori. L’Hagia Sophia, in pratica, nei progetti abbozzati inizialmente, era semplicemente una copia in scala maggiore. I problemi relativi alla copertura della vasta area destinata alla costruzione fecero però apportare delle successive modifiche.

La cupola che doveva coprire tale spazio sarebbe stata enorme nel caso di configurazione a pianta centrale, superando anche quella adottata nel Pantheon di Roma, che misura 43.44 m di diametro, ma con la differenza che quest’ultima presentava un supporto continuo. Gli architetti si trovarono allora a discutere di questi problemi con il clero; la soluzione comunemente accettata fu di allargare lo spazio centrale longitudinalmente in modo da ottenere lo spazio desiderato.

L’allargamento lo si ebbe andando ad inserire due grandi semicerchi attorno alla pianta centrale.

Il problema successivo fu allora riuscire a coprire questi spazi aggiuntivi; la soluzione più logica – poi effettivamente adottata – fu di impiegare due semicupole poste in pianta a lato della grande cupola centrale.

 

 

La cupola del Pantheon a Roma, le cui dimensioni non furono superate dagli architetti dell’Hagia Sophia.

Pianta dell’Hagia Sophia con segnate le dimensioni della cupola. Si notano anche gli allargamenti realizzati attorno alla pianta centrale prevista inizialmente.

 

Schizzo della pianta dell’Hagia Sophia ad opera di Guillaume Joseph Grelot (1680). [20]


Per quando riguarda i semicerchi aggiunti, un riferimento che può aver ispirato gli architetti è la Basilica di San Lorenzo a Milano, consacrata nel 370.

 

Veduta interna della Basilica di San Lorenzo a Milano con uno spazio semicircolare che ricorda molto l’Hagia Sophia.

 

Dalla pianta centrale si passò quindi alla classica configurazione basilicale, mantenendo però alcuni elementi, delle chiese precedentemente realizzate. Se guardiamo nuovamente alla pianta della Chiesa dei Santi Sergio e Bacco, infatti, notiamo la presenza delle quattro esedre riproposte anche nell’Hagia Sophia.

Partendo da problemi pratici, dunque, si arrivò ad una commistione di stili, attingendo ora da questa, ora da quell’altra chiesa.

 

La pianta della Chiesa dei Santi Sergio e Bacco.

 

Un altro elemento molto importante da precisare è che durante lo sviluppo del progetto immediatamente si pensò, come detto, alle semicupole per coprire i semicerchi aggiunti, mentre dei dubbi rimanevano sulla parte centrale ora coperta dalla cupola. La soluzione a cupola, infatti, venne scartata ad un certo punto, preferendo una volta a crociera. Questa soluzione, però, ebbe vita breve in quanto fu scartata abbastanza velocemente soprattutto per l’assenza di significato simbolico.

La cupola fu preferita, anche perché si relazionava meglio alle semicupole laterali. Il problema nella scelta della cupola risiedeva nell’adattarla ad una pianta quadrata.

In realtà questo problema era stato più volte affrontato in precedenza, ma per configurazioni molto più piccole, non paragonabili alla magnificenza dell’Hagia Sophia. Esempi in piccolo sono il Tempio di Minerva Medica, quello che resta delle Terme di Caracalla, le piccole cupole sulle stanze quadrate di Haran, ecc.

 

Ricostruzione delle Terme di Caralla. [21]

Tempio di Minerva Medica schizzato da Inigo Jones. [22]

 

Tempio di Minerva Medica dipinto da Johan Mandelberg. [23]


Mainstone afferma che l’accenno ai pennacchi presente nelle strutture citate è uno dei primi approcci al problema, sebbene con problemi molto minori; nel Tempio di Minerva Medica, infatti, vi è una leggera approssimazione ai pennacchi presente tra una superficie e l’altra costituente la figura poligonale.

Lo stesso Mainstone afferma che nel cercare di superare il problema della cupola su pianta quadrata è probabile che proprio gli esempi appena riportati siano stati presi a riferimento dagli architetti dell’Hagia Sophia.

Successivamente vi fu tutta una serie di altri problemi pratici, che, così come possono presentarsi per strutture piccole, sono enormemente accentuati per una costruzione quale l’Hagia Sophia. I limiti sulle dimensioni delle colonne monolitiche in marmo, ad esempio, influivano evidentemente sulla configurazione spaziale della struttura. Altri problemi riguardavano la stabilità: cupola, semicupole ed archi vari dovevano essere stabili, quindi andava affrontato il problema delle spinte.

Ancora, altri problemi riguardavano la stabilità durante la costruzione: erano importanti i supporti provvisori mentre si realizzava il tutto, problemi pratici che gli architetti – che come detto erano soprattutto teorici – si trovarono ad affrontare.

Anche il materiale costituiva un problema: la malta, ad esempio, acquisisce resistenza e rigidezza molto lentamente.

Per quanto riguarda le dimensioni, la notevole scala della struttura dovette essere studiata con attenzione; quando si raddoppiano le dimensioni, infatti, il peso aumenta di otto volte (essendo proporzionale al volume).

Molti dubbi vi sono anche su come fu affrontato il problema sismico; l’effetto di un terremoto, infatti, si esercita con una spinta orizzontale che alternativamente aumenta e riduce la spinta esercitata sui piloni di supporto. L’aggiunta di carico può condurre allo schiacciamento della muratura, causando lesioni permanenti.

Per approfondimenti sul problema strutturale si rimanda ai successivi articoli.

La cupola e le semicupole di supporto poste intorno. [24]

 

 

Individuati tutti i problemi iniziali, Antemio ed Isidoro iniziarono la costruzione il 23 febbraio del 532, stando a quanto affermato da Cedrenus, portandola a termine il 27 dicembre del 537, praticamente meno di sei anni dopo. La durata dei lavori lascia allibiti. Per realizzare la Cattedrale di Chartres ci sono voluti 22 anni, per quella di Salisbury ci vollero più di 40 anni, la Cattedrale di San Paolo di Wren a Londra richiese 35 anni, dopo 5 di solo progetto.

Uno dei motivi di tali richieste di tempo è dovuto alla penuria di materiale, alle limitazioni imposte dalle risorse, che spesso hanno portato la durata delle costruzioni intorno ai 50-100 anni. Non è questo il caso, però, dato che Giustiniano si assicurava che non si rimanesse mai senza fornitura.

 

Cattedrale di Chartres.

In realtà i motivi sono anche strutturali: è necessario del tempo per far si che il materiale raggiunga la sua piena maturazione e possa sopportare i carichi. In questo senso, la velocità ha un suo prezzo. Varie difficoltà, infatti, si registrarono già durante la costruzione, alcune riportate anche da Procopio, il quale però affermava che tali problemi furono rilevati e superati solo grazie alla guida dell’imperatore Giustiniano (come visto in precedenza, i toni erano sempre entusiastici quando si trattava di rivolgersi all’imperatore ed il suo operato).

Ma non solo, perché la costruzione fu anche soggetta ad una serie di scosse sismiche, tra il 542 ed il 557, che portarono ad ulteriori problemi. Problemi che, come vedremo, portarono ad un collasso.

Un altro aspetto che incuriosisce gli storici è il cronoprogramma: per realizzare una costruzione simile è evidente che tutto deve essere previsto accuratamente prima. Bisogna individuare delle fasi di lavoro e stabilire anche con precisione la successione. Tale cronoprogramma, sicuramente esistito, non è però mai stato trovato. L’unica informazione interessante a tal proposito è l’incisione rinvenuta su una colonna riportante la data del 534 d.C.; gli studiosi pensano che tale data possa corrispondere all’anno in cui essa è stata posta in opera, sebbene permangano alcuni dubbi.

 

Di seguito sono riportate alcune raffigurazioni storiche dell’Hagia Sophia.

 


Pianta dell’Hagia Sophia realizzata da Guillaume Joseph Grelot (già autore di uno schizzo proposto in precedenza) nel1680. [25]


La cupola centrale e la semicupola orientale dell’Hagia Sophia come dipinta dagli architetti Gaspare e Giuseppe Fossati nel 1846. [26]

 

L’Hagia Sophia dipinta da Gaspare Fossati nel 1852.


Lo straordinario gioco di luci descritto anche da Procopio di Cesarea. [27]



[1] Immagine originale presente in “Die Grabung im Westhof der Sophienkirche in Istanbul”. La copia qui presente è stata presa da Christine Smith, “Cyriacus of Ancona’s Seven Drawings of Hagia Sophia” pubblicata ne “The Art Bulletin, Vol. 69, No. 1 (Mar., 1987), pp. 16-32” dalla College Art Association.

[2] Gregory T. Armstrong, “Constantine’s Churches: Symbol and Structure”, pubblicato su “The Journal of the Society of Architectural Historians”, vol 33, no. 1 (mar. 1974), pp. 5-16 ad opera della Society of Architectural Historians.

[3] Richard Krautheimer, “The Constantinian basilica”, pag. 133, pubblicato su “Dumbarton Oaks Papers” vol. 21 (1967), pag. 115-140.

[4] Immagine tratta da: Sven Larsen, “A Forerunner of Hagia Sophia”, pag. 3, pubblicato su “American Journal of Archeology”, vol. 41, no. 1 (gennaio-marzo 1937), pag.1-5, ad opera dell’Archeological Institute of America.

[5] Vedi riferimento precedente, stessa pagina.

[6] Immagine presa da Richard Krautheimer, “The Constantinian basilica”, elenco figure dopo pag. 140, pubblicato su “Dumbarton Oaks Papers” vol. 21 (1967), pag. 115-140.

[7] Vedi riferimento precedente.

[8] Immagine presa da Gregory T. Armstrong, “Constantine’s Churches: Symbol and Structure”, pag. 15, pubblicato su “The Journal of the Society of Architectural Historians”, vol 33, no. 1 (mar. 1974), pp. 5-16 ad opera della Society of Architectural Historians.

[9] Vedi riferimento precedente.

[10] Brian Croke, “Justinian, Theodora, and the Church of Saints Sergius and Bacchus”, pag. 25, della Dumbarton Oaks Papers, vol. 60 (2006), pag. 25-63, pubblicato dalla Dumbarton Oaks.

[11] Allan Stewart Evans, “The Age of Justinian”, in “The New dynasts: their early years of power”, pag. 98-99.

[12] Irina Andreescu-Treadgold e Warren Treadgold, “Procopius and the Imperial Panels of S. Vitale”, pag. 708, pubblicato su “The Art Bulletin”, vol. 79, no. 4 (dicembre 1997), pag. 708-723, grazie al College Art Association.

[13] Immagine di proprietà del Deutsches Archaologisches Institut di Roma. Presa da: Irina Andreescu-Treadgold e Warren Treadgold, “Procopius and the Imperial Panels of S. Vitale”, pag. 710.

[14] Immagine presa da: Irina Andreescu-Treadgold e Warren Treadgold, “Procopius and the Imperial Panels of S. Vitale”, pag. 713.

[15] Brian Croke, “Justinian, Theodora, and the Church of Saints Sergius and Bacchus”, pag. 28.

[16] Immagine tratta da: Matilda Webb, “The Churches and Catacombs of early Christian Rome”, pag. 155.

[17] William R. Lethaby, Harold Swainson, “The Church of Sancta Sophia, Costantinople”, cap.II “Justinian’s Church”, pag. 22-24.

[18] Vedi riferimento precedente, pag. 24, poco dopo.

[19] Vedi riferimento precedente, pag. 24, poco dopo.

[20] Immagine presa da: Emerson H. Swift, “The Latins at Hagia Sophia”, pag. 462, pubblicato su “American Journal of Archeology”, vol. 39, no. 4 (ottobre-dicembre 1935), pag. 458-474, dall’Archeological Institute of America.

[21] Immagine tratta da: Margaret Malamud, “The Imperial Metropolis: Ancient Rome in Turn-of-the-Century New York”, pubblicato su “Arion, Third Series”, vol. 7, no. 3 (inverno 2000), pag. 64-108 ad opera di Trustees of Boston University.

[22] Immagine ne “I Quattro Libri” di Palladio, tratta da: A. A. Tait, “Inigo Jones’s ‘Stone-Heng’”, pag. 159, pubblicato su “The Burlington Magazine”, vol. 120, no. 900, 75th Anniversary Issue (marzo 1978), pag. 155-159 ad opera di The Burlington Magazine Publications, Ltd.

[23] Dipinto della Royal Museum of Fine Arts di Copenaghen. Immagine tratta da: Inger Hjort Nielsen, “Richard Wilson and Danish Artists in Rome in the 1750s”, pag. 441, pubblicato su “The Burlington Magazine”, vol. 121, no. 916 (luglio 1979), pag. 439-449, ad opera della The Burlington Magazine Publications, Ltd.

[24] L’immagine, ricevuta direttamente dall’autore, è tratta da: Carlo Blasi, “Corso di caratteri costruttivi dell’edilizia storica”.

[25] Immagine presa da Christine Smith, “Cyriacus of Ancona’s Seven Drawings of Hagia Sophia” pubblicata ne “The Art Bulletin”, Vol. 69, No. 1 (Mar., 1987), pp. 16-32 dalla College Art Association.

[26] Immagine presa da: Rabun Taylor, “A Literary and Structural Analysis of the First Dome on Justinian’s Hagia Sophia, Constantinople”, pag. 67, pubblicato su “The Journal of the Society of Architectural Historian”, vol. 55, no. 1 (marzo 1996), pag. 66-78, ad opera della Society of Architectural Historian.

[27] Immagine tratta da: William MacDonald, “Design and Technology in Hagia Sophia”, pubblicato su “Perspecta”, vol. 4 (1957), pag. 20-27, ad opera di The MIT Press on behalf of Perspecta.

 

 

 

Qui termina la terza parte, ma c’è ancora molto, moltissimo, da scrivere sulla meravigliosa Hagia Sophia. Diamo allora appuntamento a lettrici e lettori al prossimo articolo.

 

Per chiarimenti, segnalazioni ed altro è possibile contattare l’autore a:

onorio@strutturista.com

Ing. Onorio Francesco Salvatore

You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *